Approccio ludico

Nel bambino esiste un atteggiamento spontaneamente ludico, caratterizzato da libertà, gratuità, piacere, creatività, manipolazione e sperimentazione; grazie a questa sua naturale caratteristica il bambino IMPARA!
Dunque un unico approccio, tanti metodi; per semplificare uso un’immagine: l’approccio ludico è come una casa, dove ogni suppellettile, mobile o oggetto (il metodo) ha una sua funzione e serve al bambino per fare esperienza e imparare il mondo che lo circonda.

Per approccio si intende il modello teorico di riferimento su cui si basa un’impostazione glottodidattica coerente, ludico perché si basa autenticamente sul gioco in tutte le sue forme attraverso le quali bambino impara.

Per realizzare gli obiettivi dell’approccio ludico, i metodi, cioè le strategie didattiche, possono essere di vario tipo;  uno di questi è il  TPR (Total Physical Response), ideato dallo psicologo americano J. Asher nel lontano 1965, che consiste in tutti quei giochi o comandi che richiedono un’azione del corpo come risposta. Ma evidentemente non può essere il solo.

La psicologia scientifica ha evidenziato un fatto molto importante: intelletto ed emozioni non sono aspetti completamente separati del funzionamento umano, poiché il pensiero può continuamente intrecciarsi con le reazioni emotive, influenzandole in vario modo. Dunque l’attivazione dei canali sensoriali crea rappresentazioni mentali e neurologiche stabili: la lingua si può imparare meglio se le frasi o le parole sono associate a immagini, odori e sapori , a esperienze sensoriali, a musiche belle e orecchiabili e in generale ad un’esperienza coinvolgente e divertente!

Un unico approccio, quindi, ma tanti metodi e tante strategie didattico-creative estremamente efficaci: il gioco qualunque esso sia-libero o guidato o simbolico, la musica, il teatro, il movimento fisico, i laboratori di cucina e artistico-manuali ed infine lo story-telling.

Concludo citando il linguista Terrel (1977) il quale spiega concretamente il Natural Approach, paragonando la madre all’insegnante di lingua: infatti come la madre con il proprio bambino, così anche l’insegnante di lingua deve fornire “input chiaramente comprensibili, ridondanti e supportati da informazioni extralinguistiche come oggetti reali, illustrazioni, suoni, gesti, espressioni facciali, azioni fisiche ecc. che lo aiutino a formulare ipotesi sul significato dell’input.”

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