E’ nel 1700 che si diffonde un tipo di approccio allo studio delle lingue (approccio formalistico) che tanto influenzerà la nostra percezione di sapere una seconda lingua. E da allora come si studiano le lingue straniere?!

Infatti è nel XVIII che lo studio del latino diventa solo un esercizio mentale per lo sviluppo delle capacità logiche, in quanto non essendo più una lingua usata negli scambi commerciali, inizia il suo passaggio da status di lingua viva a quello di lingua morta.
Il risultato è la nascita del metodo grammaticale-traduttivo basato sull’esposizione della grammatica della seconda lingua nella lingua madre e la verifica di tale apprendimento al di fuori di qualsiasi situazione reale di comunicazione. Tale metodo viene applicato anche allo studio delle lingue moderne. In generale molte sono le ragioni alla base del successo di questo approccio: la presunta dignità data alle lingue moderne in quanto venivano insegnate come quelle classiche e la facilità di insegnamento di una seconda lingua con questo metodo  (la lingua diventa immobile, è solo un elenco di regole, senza contatto con la realtà in ogni suo aspetto sociale, culturale o situazionale).

Oggi ci sono ancora genitori che auspicano un ritorno a “quando studiavamo noi, la grammatica la sapevamo perfettamente!”; mentre oggi prevale un approccio comunicativo, che predilige il concetto di situazioni e di funzioni comunicative, ovvero i nostri ragazzi imparano la lingua in base agli scopi comunicativi ( come salutare, come offrire, come presentarsi ecc.). Ma questa possibilità di “vivere” la lingua non ha dato loro la sicurezza e la consapevolezza nel suo utilizzo. Come mai?

In tanti anni di lezioni private, ho visto libri graficamente bellissimi (avrei voluto studiare su quelli!) con situazioni di dialogo assolutamente reali, pezzi di vita quotidiana con un lessico che probabilmente ho imparato all’università e grazie ai soggiorni studio all’estero, eppure mi ritrovavo anno dopo anno a “mettere ordine” in quel mare di informazioni sparse sulle strutture grammaticali, a dare consapevolezza di quello che quei ragazzi leggevano (aiutandoli anche con la traduzione). Cosa è venuto a mancare?

Grazie all’esperienza di insegnamento ai bambini piccoli (3-5 anni), ho potuto vedere l’efficacia di un approccio umanistico-affettivo, che coinvolge i sensi e le emozioni, sedimentando tutte le cose, che i bambini vivono durante il laboratorio, nella loro memoria a lungo termine.
La loro consapevolezza viene dall’esperienza reale ed emozionante che hanno vissuto, per questo non scorderanno più; quando studieranno alle medie e alle superiori l’inglese sarà, citando il vecchio detto, “come andare in bicicletta”, una volta che uno ha imparato a pedalare, se per anni non sale più su una bici, è ancora capace di pedalare!

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